LO SPAZIO VUOTO E IL TEMPO PER SO-STARVI

Condivido con voi questa interessante e innovativa esperienza che ha coinvolto una struttura residenziale. Uno spazio e un tempo dedicato esclusivamente all'incontro senza null'altro obiettivo che questo...so-stare. Non più la frenetica attività assistenziale fatta di obbiettivi precostituiti e istituzionali. Una fuga dall'efficientismo per ritrovare il fattore umano della cura e del prendersi cura di sé come curanti mettendo al centro i curati.

BRUNIALTI C. M., I TEMPI DELL’INCONTRO, 

                        RI-CREARE LA RELAZIONE OLTRE L’ASSISTENZA,  ed. Erickson

 

Un tempo “vuoto” per umanizzare l’assistenza

 

Carla Maria Brunialti  - Paolo Miorandi

 

 

1. Un progetto coraggioso contro l’efficientismo [1]

 

Sono trascorsi otto anni da quando abbiamo introdotto una sperimentazione per certi versi coraggiosa presso una struttura residenziale per persone non autosufficienti, per lo più persone anziane e/o psichiatriche.  

Un gruppo di operatori opportunamente formato viene sollevato dalle mansioni assistenziali per alcune ore al giorno, al fine di potersi dedicare alle persone più in difficoltà, in situazione di maggiore bisogno fisico, psichico, relazionale; gli operatori non hanno nessun altro compito se non quello di mettersi in relazione e possono così sperimentare una nuova modalità d’incontro che faciliti l’emergere di quel processo creativo di co-costruzione della relazione, impossibile nei momenti in cui la relazione è per definizione funzionale a un obiettivo e a un prodotto prefissato: la messa a letto, la medicazione, l’idratazione, la riabilitazione. 

A fronte del mutamento dell’utenza, dell’aggravamento dei residenti, all’incremento della presenza di soggetti con patologie degenerative e psichiatriche, le risposte efficientistiche finora sperimentate mostrano il proprio limite. È, secondo noi, necessario porsi da un nuovo punto di vista che permetta di ritornare al nucleo fondamentale della relazione assistenziale, a quella condizione di apertura, a quello spazio ancora vuoto di contenuti che rende possibile la compartecipazione di operatori e assistiti alla costruzione di una relazione significativa; ricreando le basi per una relazione che sostituisca il consueto «pieno» di operatività con un «vuoto» inteso come spazio di ricerca e di pensiero. 

 

Cerchi concentrici

 

Il progetto «Cerchi Concentrici» rappresenta una perturbazione che, partendo da un punto centrale, si estende all’intera area dell’organizzazione. Una perturbazione gentile che si irradia dal centro verso una periferia anche lontana, ma mai ignorata. 

Il nucleo centrale è un ritorno all’origine, a una sorta di diade originaria madre-figlio che la relazione di accudimento esige: è quella che ha segnato l’inizio della nostra vita. 

Attraverso il progetto tale diade viene preservata dal fluire ininterrotto delle routine organizzative, viene collocata cioè in un tempo a parte e in un luogo appartato concreto e simbolico al contempo, sottratta a quella esigenza di produzione di servizi che contraddistingue le pratiche assistenziali. Dunque si configura come un tempo protetto, inaccessibile alle richieste multiple che solitamente vengono rivolte all’operatore; inoltre, è privo di un contenuto predeterminato. In fondo si tratta di una sorta di squiggle game winnicottiano dove alla proposta di uno dei due fa seguito una risposta, e dunque la possibilità di dar vita a un gioco comune attraverso un’interazione che rompa di fatto la rigidità asimmetrica della relazione assistenziale.

A tale innovazione si è giunti attraverso un duplice canale. 

Da un lato le considerazioni relative ai residenti. Alcuni semplicemente e fortunatamente “vecchi”; altri piuttosto giovani ma in stato vegetativo, costantemente disturbanti, profondamente sofferenti a causa di depressioni inguaribili, completamente soli al mondo.  

I residenti portatori di forti disagi di vario tipo sono percepiti come altamente problematici per una struttura residenziale; come del resto lo erano quando vivevano al proprio domicilio o presso i familiari.

Il secondo canale di riflessione proveniva dagli operatori. Per la gran parte donne di varia età, ancora adolescenti o sessantenni in attesa di pensionamento. Perennemente insoddisfatte per la mancanza di tempo, di un tempo da dedicare alla relazione, per stare un po’ con quell’“ospite” che non è più tanto di passaggio; che é diventato residente, perché lì ha la propria “casa”. Ma è una casa povera di parole e di relazioni personalizzate, per chi ci abita e per chi assiste e cura.

Per questo gli operatori che da tanti anni lavorano nelle strutture residenziali vanno accumulando un senso di stanchezza e di ripetitività dei gesti, che toglie spazio a quella creatività che aveva caratterizzato l’inizio. L’aver assistito troppe volte a eventi dolorosi, più di tutti alla morte, senza aver avuto tempo e luogo per elaborarne i vissuti, per manifestarli con parole, provoca una graduale impermeabilità alle emozioni, una scontatezza dei gesti che da intensi diventano routinari e insignificanti dal punto di vista umano. Il nuovo progetto ritaglierà, nel tempo dell’assistenza e dell’accudimento, finestre di dialogo, di ascolto e di bellezza, non solo per il residente in difficoltà ma anche per ognuno di loro. Sarà istituito un tempo “dedicato” e gli operatori saranno ben riconoscibili attraverso una divisa differente da quando sono occupati nell’assistenza. 

 

La paura del vuoto

 

A fronte della possibilità di dedicarsi all’assistito avendo a propria disposizione un tempo vuoto di contenuti pre-fissati, di mansioni predeterminate, come reagiscono gli operatori?

All’inizio si riscontra lo smarrimento dovuto a una specie di «horror vacui»: “Cosa fare quando non c’è nulla da dover fare?”. Ma poi, lentamente, il vuoto permette processi di sintonizzazione affettiva e ascolto profondo, la creatività, la voglia di proporre, la capacità di cogliere segnali anche minimi rispetto ai desideri degli assistiti: essere accarezzati sulla mano, raccogliere un fiore di campo per portarlo amorevolmente nella propria stanza:restituendo alla relazione possibilità creative usualmente schiacciate dalla fretta del quotidiano “fare”. Negli operatori si affinano i meccanismi di osservazione e di percezione, la capacità di cogliere piccoli segnali, la possibilità di decodificare significati silenziosi di comportamenti gridati.

In questo processo il gruppo di formazione e supervisione rappresenta un punto saldo, un’ancora, un luogo di confronto e di affetti, uno spazio di contenimento fruttuoso, un’occasione di elaborazione di vissuti complessi o dolorosi.

Accingendosi a «stare» con persone con gravi difficoltà caratteriali, psichiatriche, involutive, psicosociali, ci si è resi conto che uno dei pilastri del progetto era rappresentato dalla capacità di fermarsi per osservare. A differenza che nel proprio lavoro, dove l’operatore di assistenza solitamente guarda e, in automatico, interpreta il bisogno al fine di fornire in tempi rapidi risposte assistenziali scelte da un repertorio precostituito, nel «Progetto Cerchi Concentrici» l’OSS impara ad osservare quello che accade senza improvvisare risposte o soluzioni. Apprende a prendere nota mentalmente e affettivamente di quanto via via succede, senza farsi prendere dall’ansia di dare subito un’interpretazione o una risposta operativa. Per maturare tale competenza è stato necessario che l’operatore “si concedesse” di fermarsi, si prendesse il tempo per riflettere su di sé senza sentirsi in colpa a causa del “tempo che si perde”. Non è stato facile accettare di scoprire che spesso, in maniera inconsapevole, vengono attribuiti all’altro i propri desideri, sentimenti, timori, bisogni, conflitti. Ci  accade frequentemente nelle relazioni; ma in quelle di aiuto è piuttosto abituale, dato che chi aiuta si ritiene efficace quando percepisce i bisogni del proprio assistito e li soddisfa prima ancora che salgano alla consapevolezza del soggetto e si trasformino in domanda; maggiormente quando quest’ultima è resa difficoltosa dalle disabilità fisiche o psichiche. In realtà così facendo si espropria l’assistito della possibilità di «parlare di sé», di sentirsi protagonista della propria vita.

L’operatore che apprende a osservare correttamente acquisisce consapevolezza non solo dell’altro, ma anche di sé, di stati d’animo ed emozioni che vanno emergendo inaspettatamente, accorgendosi con stupore di certe proprie reazioni, sentimenti, giudizi, stereotipi. Il progetto ha l’obiettivo dunque di evitare di tamponare situazioni complesse attraverso risposte tecniche immediate, per favorire un clima di benessere generale all’interno della struttura mediante la possibilità di una relazione speciale con i residenti «più bisognosi» basata sui loro interessi, desideri, potenzialità e caratteri. Si propone inoltre di favorire il coinvolgimento della famiglia e la sensibilizzazione della comunità, attraverso la predisposizione di situazioni che facciano giungere all’esterno quelle problematiche finora relegate nello specifico luogo della Casa di riposo.    

 

Da otto anni ogni giorno dal lunedì al sabato, una decina di residenti “gode” a turno di una attenzione personalizzata. In quel momento sono unici, solo i loro desideri li accompagnano.

Inutile aggiungere che questa nuova modalità relazionale ha influenzato profondamente anche le normali attività assistenziali: rientrando nel turno di assistenza al termine del tempo dedicato è impossibile cancellare quella relazione ri-creata che si è potuta sperimentare. 

I famigliari se ne sono resi conto. La comunità ha manifestato curiosità. Gli operatori hanno sentito rinascere dentro di sé quelle motivazioni e quegli ideali che avevano caratterizzato l’inizio, accrescendone la serenità. 

 

La relazione attraverso il fare insieme

 

Il progetto si basa sull’istituzione di un tempo momentaneamente vuoto, da plasmare sui bisogni e desideri del residente. Ma non sempre chi ne potrebbe fruire è in grado di proporre o di proporsi, a causa del deterioramento cognitivo, delle caratteristiche caratteriali o psichiatriche, dell’apatia, delle disabilità fisiche. 

Nel corso della sperimentazione si è andata evidenziando la necessità di un “mezzo” per entrare in relazione con utenti che soffrono di un deterioramento cognitivo importante o inavvicinabili in altri modi. Ci si è resi conto nel tempo che alcune attività del tutto inconsuete in una istituzione - una per tutte rammendare assieme le calze - potevano rappresentare attivatori efficaci di relazioni di nuovo spessore, in grado di riannodare in fili della propria vita interiore e quotidiana. Le attività, nate dalla storia della persona ma soprattutto dall’ascolto di desideri e bisogni, rappresentano quindi il corollario dell’esperienza senza costituirne mai l’aspetto essenziale. 

Un primo gruppo di attività, denominato “Ritrovare il proprio tempo”, si propone di riannodare lembi sfilacciati del tessuto della vita interiore e concreta, scissa tra l’ieri e l’oggi. Ne fanno parte l’ascolto e dialogo personalizzato, ma anche il rivivere in cucina gesti e sapori di casa; la cura della propria stanza e dello spazio di vita; il contatto di pelle come mediatore di intimità; il sostegno ai bisogni occasionali, quale ad esempio l’accompagnamento per tutto il tempo di day hospital; l’ascolto del bisogno spirituale, sia esso frutto di fede profonda, sia di ossessioni e sensi di colpa che tormentano senza sosta la mente e il cuore. 

Un secondo gruppo di attività, denominato “La continuità della vita” ha l’obiettivo - attraverso la relazione personalizzata con l’operatore dedicato - di ridurre le fratture che oggi la vita impone al residente e che sono in grado di minare la sua voglia di vivere: l’addio alla propria casa, l’insorgere di disabilità gravemente invalidanti, lo stato terminale. Per ognuna di esse sono state studiate modalità specifiche, descritte dettagliatamente nel libro “I tempi dell’incontro”.  Due situazioni.

Particolare attenzione è riservata all’accoglimento e inserimento della persona con difficoltà cognitive, psichiatrica, gravemente depressa. Partendo dalla costatazione che chi soffre di queste problematiche non è un interlocutore “facile” e che questo porta ad essere più sintetici e sbrigativi, ci  ha portato gli operatori a interrogarsi sul come approcciarsi; fino a predisporre una serie di schede con suggerimenti relazionali e comunicativi nati dall’esperienza, oltre che dalla formazione. 

Per quanto riguarda il morente, il progetto prevede e auspica la presa in carico relazionale anche dei famigliari, spesso spaventati o impreparati. Commoventi alcune testimonianze relative alla preparazione della salma, come momento intenso e conclusivo di quella relazione ri-creata e che ormai si sta chiudendo. 

 

Il gruppo 

 

Il gruppo di formazione e supervisione è il luogo nel quale il progetto inizia e dove trova concretezza.

Il progetto «tiene» se gli operatori si sentono un gruppo, se si riconoscono in esso, se crescono assieme, se si crea un confronto aperto e franco, se il gruppo è ben condotto dal responsabile del progetto e della formazione. 

Quando vengono meno i filtri tecnologici non è più possibile nascondere i turbamenti che certe situazioni possono procurare: se si sceglie di non avere più corazza, il mondo interiore di chi aiuta viene perturbato e scosso; meno distanziamento c’è e più chi assiste viene messo alla prova, talvolta eccessivamente, fino alla perdita dell’equilibrio fisico e psichico che caratterizza il burnout.  La formazione viene a rappresentare allora una dimensione in cui «prendersi cura» di sé, oltre che dell’assistito. Un luogo protetto dall’impellenza dei problemi del reparto, dalla fretta dei gesti, dalla concretezza degli scambi comunicativi, dalla protezione gerarchica. Il gruppo è anche luogo e tempo di apprendimento, dove chi aiuta pu  imparare a chiedere aiuto, trovare sostegno nella difficoltà.

Il gruppo aiuta a definire la «giusta distanza», sia per l’operatore che rischia un eccessivo coinvolgimento, sia per quello che si difende dalle emozioni. 

Il gruppo aiuta a maturare la capacità di rispettare il limite relazionale posto dall’altro, che talvolta rifiuta la disponibilità alla relazione e preferisce il proprio dolore solitario, ritirandosi nel proprio guscio e difendendosi dal contatto. Quando si apprende a fare i conti con la propria frustrazione e impotenza, si è pronti a offrire nuovamente, costantemente, una nuova opportunità di relazione.

Il gruppo è un “pensatoio” nel quale si sono elaborate strategie per sensibilizzare i famigliari, per aprirsi alla comunità, per organizzare un convegno nazionale sulla tematica in oggetto.

 

Gli esiti 

 

Cosa è successo con questo progetto? 

Per quanto riguarda gli operatori, abbiamo assistito ai passi di crescita che, giorno dopo giorno, hanno reso possibile creare dentro di loro un vuoto accogliente e disponibile. Persone ormai demotivate hanno ritrovato entusiasmo e fiducia. Le ricadute sulla qualità dell’assistenza sono state evidenti.

Rispetto agli assistiti, sono successe vicende importanti. Persone che non comunicavano con nessuno hanno iniziato ad aprirsi, ad alzarsi da quel letto simbolo del loro isolamento. Residenti con demenza hanno avuto la possibilità di vivere frammenti di vita «normale» uscendo in paese, sedendosi al bar per un caffè, osservando i bimbi giocare sui prati del parco pubblico. Anziani completamente soli hanno goduto del sostegno di un OSS dedicato per l’intera giornata di day hospital. Morenti privi dell’assistenza dei familiari sono stati accompagnati verso l’exitus in un tempo calmo e con partecipazione emotiva; il loro corpo è stato lavato e vestito con cura, come se si preparasse per un incontro.

I familiari sono stati grati nel vedere seguiti i propri cari attraverso una modalità relazionale personalizzata ed esclusiva; e dentro questo nuovo clima, hanno accettato di essere loro stessi «assistiti», accompagnati e sostenuti nei momenti difficili, quale ad esempio il morire, nella difficoltà di accettare l’inevitabile, nell’incomprensione di quanto stava accadendo. 

Il gruppo dei volontari si è rimotivato e la relazione con gli operatori

è diventata più collaborativa da ambedue le parti.

 

La comunità territoriale ha percepito il nuovo clima ed ha iniziato a rispondere positivamente alla proposte - di formazione, ludiche,

sanitarie - che provenivano dalla Struttura.

 

     

Abbiamo gettato un sasso in un’acqua limpida ma in fondo ferma sotto l’apparente movimento di superficie. Il punto dove il sasso ha toccato l’acqua è quello che abbiamo chiamato il tempo dell’incontro, il tempo che ogni persona è chiamata a costruire calandosi in un mare sempre sconosciuto anche se solcato da mille navigazioni.

Questo movimento ha generato onde gentili che, partendo proprio da lì, dal momento in cui due vite si incontrano, ha aperto nuovi interrogativi e nuove rotte. 

 

 

 

2. I corpi e le voci [2]

 

Un gesto a togliere

 

C'è un gesto allo stesso tempo semplice e radicale al centro dell’esperienza qui presentata ed è, prima di tutto, un gesto a togliere.  

Immaginate un direttore d'orchestra che durante un pieno orchestrale chiede ai fiati di tacere, poi fa lo stesso con i violini e le viole, i violoncelli, i timpani, fino a quando rimane un'unica voce, ad esempio quella flebile e distante di un flauto o di un fagotto, una voce quasi non udibile, e che prima era completamente assorbita dalla massa sonora prodotta dall’intera orchestra. 

Un'organizzazione di lavoro è come sappiamo l’insieme di innumerevoli strumenti e dà vita ad una polifonia talvolta dissonante, altre volte capace di trovare una propria armonia. Nel nostro caso, il gesto che sta al centro dell’intervento che il libro racconta, mette tra parentesi una dopo l’altra le molte voci di cui è composta l’organizzazione, in modo da far risaltare un'unica sottile voce, scelta tra le più fragili, tra le meno udibili, nel continuo e spesso assordante chiacchiericcio dell’ininterrotta conversazione organizzativa. 

Ecco come Carla Maria Brunialti descrive questo gesto nella pagina iniziale del testo. 

 

Un piccolo gruppo di Operatori Socio-Sanitari opportunamente scelto e formato, sollevato per tre ore al giorno dai compiti assistenziali, ha a disposizione un tempo vuoto quotidiano nel quale provare a re-inventare la relazione con la persona residente nella struttura per non autosufficienti. Quelle stesse persone — operatori e assistiti — che, viaggiando alla velocità del treno in corsa dei compiti assistenziali, erano costrette a relazioni puramente funzionali possono adesso so-stare in un luogo sgombro da obblighi e sperimentare una nuova modalità di incontro.  I residenti a cui gli operatori si dedicano sono i più soli e solitari, quelli disturbanti a causa delle loro patologie o sofferenze interiori, coloro che attraversano esperienze particolarmente difficili. 

Rifondare una relazione a partire dalla nudità di un incontro disarmato da tecniche e da saperi usati come protezione, induce gli operatori a riscoprire una dimensione di condivisione umana profonda con le persone, che cambierà per sempre lo sguardo di ambedue e le stesse modalità dell’assistenza. [3]

 

Il percorso che conduce alla possibilità di un incontro nudo e disarmato si compie nel tempo - e il tempo ne è dimensione fondamentale - con un movimento lento e continuo, ma in tale percorso si possono secondo me individuare alcune tappe, alcuni momenti critici, alcune figure chiave. Le tre che ho scelto potrebbero intitolarsi: il corpo, il tocco, la voce. 

 

Il corpo

 

Ogni incontro è prima di tutto un incontro di corpi. La relazione nasce quando due corpi stanno nello stesso spazio e nello stesso tempo: è questa la condizione necessaria e sufficiente per cui i movimenti e i suoni che quei corpi emettono assumano significato comunicativo, vengano interpretati come reciproci messaggi. 

Quello che di solito succede nelle residenze per anziani non autosufficienti come in molte altre organizzazioni di servizi, è che l'incontro dei corpi venga determinato dai ritmi il più delle volte affannati del lavoro, il treno in corsa dei compiti così come lo definisce l'autrice. In questo caso l'immagine che possiamo vedere è quella di corpi che cozzano gli uni contro gli altro, gli uni di solito fermi o quasi fermi nella quiete della non autosufficienza, gli altri mossi da un movimento rapido, talvolta frenetico. L’incontro assomiglia quindi a un rimbalzare di corpi l'uno sull'altro a velocità elevata. Non a caso una delle metafore spesso utilizzate per descrivere la frenesia organizzativa è quella di un flipper nel quale l'operatore-pallina rimbalza da una parte all’altra. 

Ma cosa succede se i due corpi che danno origine all’incontro, invece di rimbalzare l'uno sull'altro alla velocità di una pallina da flipper, sostano per un tempo prolungato? Ad esempio un’ora che è un tempo di una lunghezza straordinaria in tali contesti, l’uno accanto all’altro e lasciano che il tempo si depositi tra di loro.

Possiamo in questo caso assistere al formarsi di una specie di simbolica membrana attorno ai due corpi, una membrana invisibile, ma percepibile dall’osservatore, che li mette a parte, che li divide dal resto dell’ambiente. 

E’ questa l’immagine della diade primaria - la figura alla radice dei comportamenti di accudimento e cura - una mamma e un bambino dentro a una casa, a una famiglia, a un mondo, ma allo stesso tempo isolati dalla casa e dalle altre persone, interamente assorbiti dal loro essere in quel momento l’uno accanto all’altro, l’uno per l’altro, in un luogo che è solo loro.

Perché si costituisca tale membrana c’è innanzitutto, anche se non solo, bisogno di tempo. E’ nel tempo che matura quel sentimento che permette di sperimentare la continuità della presenza dell’altro - altro che non ha quindi bisogno di essere incessantemente convocato attraverso nuovi richiami o richieste - e che, permanendo, genera un sentimento di affidabilità, di fiducia interpersonale, e pone le basi per l’apertura del proprio mondo interno. 

 

Il tocco 

 

L’assistenza, si sa, è fatto soprattutto di gesti di contatto, i corpi continuamente vengono toccati, palpati, auscultati, igienizzati, spesso in rapide successioni di pratiche medico-assistenziali. 

Sappiamo come nelle case di riposo i residenti debbano tradurre - il più delle volte in modo inconsapevole - le loro richieste affettive nel linguaggio dell’assistenza o della terapia per poter essere prese in considerazione, l’unico a cui il personale è chiamato a prestare ascolto (diventare dunque palpazione, massaggio, medicazione, igiene). 

Questa traduzione pu  avere effetti paradossali: una carezza, per trovare ospitalità deve diventare terapia della carezza, un sorriso non pu  essere gratuito ma deve far parte di una terapia del sorriso. 

E questo perché se una carezza rimanesse tale, se un sorriso fosse semplicemente un segno di simpatia umana avrebbero un effetto di immediata riduzione della distanza affettiva tra l’operatore e l’assistito. 

Nel gioco a togliere raccontato da Brunialti, dopo aver rallentato fino quasi alla stasi la velocità dell'incontro ci si sbarazza dunque anche l'idea che ogni incontro e ogni gesto scambiato deve per forza essere funzionale ad un progetto terapeutico, ad un reale o ipotetico piano assistenziale. E’ in questo modo, e solo dentro ad un tempo sgombro da compiti assistenziali, che i gesti possono perdere l’abituale significato funzionale (diagnostico, terapeutico ecc.) e tornare ad essere lettere di un alfabeto affettivo, il toccare la mano torna ad essere una carezza. 

 

La voce

 

In questo tempo dilatato dove talvolta tutto ci  che è possibile fare per l’altro è davvero soltanto (ma non è poco) una carezza che rimanga tale, pu  darsi che inizino ad emergere le voci dei protagonisti, talvolta voce ancora prima di parola, significato, racconto (pensiamo ad esempio a residenti molto deteriorati per forme demenziali o particolarmente provati sul registro depressivo). La voce, in questi casi rimane per lo più grana, ritmo, tono, e dunque affanno, paura, stupore e, dalla parte dell’operatore, presenza, contenimento, vicinanza. Ma perché questa voce ridotta ai minimi termini possa essere udibile serve quella condizione che solo il tempo, la vicinanza, il vuoto e il silenzio possono costruire. 

 

Entrare nudi e disarmati

 

La domanda alla quale il testo si impegna a rispondere è come possono gli operatori entrare in questo luogo altamente pericoloso, che riduce la distanza affettiva, che fa sentire la presenza dell'altro innanzitutto come rispecchiamento di una comune umanità e direi anche di una comune finitezza. 

Gran parte del testo è dedicata proprio a descrivere i passaggi che sono stati fatti per rendere gli operatori in grado di entrare in tali pericolose stanze, per entrarvi nudi e disarmati. 

A partire dal compito formativo: esso si snoda più sul versante del disapprendere che dell’apprendere, del disattivare, per quanto possibile, le risposte semiautomatiche date sulla base delle routine organizzative e delle pratiche assistenziali previste dai mansionari e di neutralizzare i saperi che sono tacitamente contenuti in tali pratiche. Ognuna di tali pratiche contiene infatti un mondo già completamente messo in forma, una risposta preconfezionata a una domanda che, avendo già la risposta, non si perde tempo a decodificare. 

Entrare nella stanza nudi e disarmati significa quindi deporre lo scudo difensivo del proprio catalogo di risposte e di conseguenza di quel genere di certezze che il catalogo conferisce ai gesti dall'operatore, fosse solo la certezza che troverà sempre qualcosa da fare, un’azione che potrà saturare l’incontro e rassicurarlo riguardo alla propria potenza, alla propria possibilità di fare comunque qualcosa. Entrare senza risposte, accettando di non averne, è l'unica condizione per poter permettere alla domanda di emergere, nel caso non scontato che una domanda ci sia. 

È la capacità negativa tanto enfatizzata e così difficile da indossare, così difficile da rinvenire nei luoghi della cura, siano essi ospedali, ambulatori, residenze per non autosufficienti. Capacità negativa che spesso va di pari passo con il saper aspettare, saper sostare, come sottolinea l’autrice, in uno spazio sgombro da tutto ci  che usualmente l’affolla. 

E ci  significa anche e soprattutto accettare di essere perturbati dall'incontro. Questo è quanto raccontano le testimonianze presenti in abbondanza nel testo. Ci sono perturbazioni che nonostante la costante opera di contenimento fornita dalle azioni di formazione e supervisione possono comunque far recedere qualche operatore dal continuare il gioco, perché troppo coinvolgente, perché troppo intenso dal punto di vista affettivo. 

Il testo descrive il processo di sostegno messo in campo a favore degli operatori d’assistenza coinvolti nel progetto per permettere loro di entrare nella stanza dell'incontro, nel suo tempo, sapendo stare nell’incertezza di chi non ha risposte, senza saturare con il fare l’impotenza che si prova di fronte a certe situazioni di solitudine e dolore.

E’ in questo modo che l’operatore potrà trovare, in quella stanza e il quel tempo, anche con l’emozione che rompe la crosta dura dell’abitudine, quella che sconquassa beneficamente i piani prestabiliti e permette un contatto - talvolta anche solo uno sfiorarsi di mani - con un altro che fino allora pareva irraggiungibile.  

 

 

[1] Di Carla Maria Brunialti

 

[2] di Paolo Miorandi       

[3] C.M Brunialti, I tempi dell’incontro, Erickson, Trento, 2015, pag. 9. 

 

 

Carla Maria Brunialti

 

Psicoterapeuta e sessuologa clinica, dal 1990 è responsabile del « Centro di Psicologia e Psicoterapia » di Rovereto (TN) dove svolge attività clinica soprattutto in area sessuologica. Si occupa inoltre di ricerca e formazione nel settore socio-sanitario ideando e coordinando progetti innovativi per amministrazioni pubbliche, aziende, associazioni, tra i quali « Cerchi Concentrici » qui presentato. Autrice di testi specialistici, fra cui il recentissimo «I tempi dell’incontro », Erickson 2015. 

Paolo Miorandi 

 

Si è occupato per oltre vent'anni di psicologia del lavoro, insegnando e svolgendo attività di ricerca e formazione.  Attualmente lavora come psicoterapeuta e dedica alla scrittura parte del suo tempo. 

Tra le sue più recenti opere ricordiamo il trittico che comprende Ospiti (2010), Nannetti (2012) e Verso il bianco (2014); e nel 2015 Lessico di Hiroshima, tutte pubblicate da Il Margine. 

Scrivi commento

Commenti: 1
  • #1

    Pino (venerdì, 30 marzo 2018 11:44)

    Un ringraziamento particolare a Carla Maria Brunialti per aver voluto scegliere di condividere questa innovativa e interessantissima esperienza. Fra le molte cose che dice e racconta voglio sottolineare l'istituzionalizzazione del valore della relazione che cura che diventa qui attività strategica a cui dedicare competenze, risorse umane, organizzative ed economiche. Interessanti in prospettiva le stesse ricadute economiche in termini ad esempio di utilizzo di farmaci e ben-essere organizzativo di curati e curanti. Grazie Carla Maria.